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Immediato ordine di reintegrazione e risarcimento di tutte le retribuzioni perdute per il macchinista che in una intervista aveva rivelato della sicurezza dei treni.
“Ho fatto il mio dovere nell’interesse della sicurezza di tutti, ferrovieri, pendolari e tutti i cittadini”
Ad attendere la sentenza anche i comitati sorti dopo la strage di Viareggio del 29 giugno scorso.
 Dante De Angelis
ROMA - Licenziamento annullato, immediato ordine di reintegrazione e risarcimento di tutte le retribuzioni perdute. E’ la sentenza del giudice del lavoro di Roma Dario Conte sulla vicenda del licenziamento del ferroviere Dante De Angelis.
Macchinista del deposito locomotive di Roma-San Lorenzo, De Angelis fu sollevato dall’incarico dopo che le Ferrovie gli contestarono di aver reso dichiarazioni contrarie alla verità sulle cause e sugli effetti di un episodio risalente al 14 luglio 2008, quando, a Milano, un Etr senza passeggeri si “spezzò” mentre veniva trasferito dall’officina della Martesana alla stazione centrale.
Per il macchinista licenziato, e adesso reintegrato, lo “spezzamento” era stato un incidente potenzialmente molto pericoloso in quanto era anche un campanello d’allarme che poneva all’attenzione la questione della manutenzione, della progettazione e dei controlli sugli Etr. Il giudice del lavoro ha condannato Ferrovie a pagare le spese di giudizio. Tra 60 giorni le motivazioni della sentenza.
“Sono sereno perché resto convinto di aver fatto il mio dovere nell’interesse della sicurezza di tutti, ferrovieri, pendolari e tutti i cittadini”. E’ il commento a caldo di Dante De Angelis, che è anche rappresentante lavoratori per la sicurezza.
De Angelis era stato accolto da un centinaio di suoi sostenitori arrivati da ogni parte d’Italia, in attesa della decisione del giudice davanti agli uffici di viale Giulio Cesare, che lo hanno salutato con scroscianti applausi. C’erano anche componenti dei comitati sorti dopo la strage di Viareggio del 29 giugno scorso, quello di via Ponchielli, luogo del disastro, e dell’Associazione 29 giugno. A loro il macchinista ha assicurato che continuerà “a fare il suo lavoro, e se i compagni di lavoro lo vorranno, ad occuparmi di sicurezza”.
“Quando è giunta la notizia del reintegro al lavoro di De Angelis c’è stato un urlo di gioia – ha riferito l’assessore provinciale di Lucca alla protezione civile, Emiliano Favilla – da parte delle persone presenti che da sempre gli sono stati vicine. De Angelis anche in occasione della strage di Viareggio è venuto in città più di una volta a manifestare insieme ai cittadini viareggini per chiedere che venga fatta giustizia e che vengano alla luce i responsabili”.
“E’ una sentenza molto importante – hanno commentato i legali di De Angelis, gli avvocati Piergiovanni Alleva e Pierluigi Panici – perché restaura il diritto di espressione e critica da parte dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza e respinge la pretesa dell’azienda che voleva limitare questa libertà con l’idea che un eventuale, e in questo caso non esistente, errore nell’esercizio di un importante incarico possa comparare il licenziamento”.
Fonte : La Repubblica.it
26 Ottobre 2009
 Paura a Zoagli (GE)
Nella notte, paura a Zoagli a causa di un principio di incendio divampato su un locomotore che trainava un treno merci composto da dieci carri-cisterna adibiti al trasporto di propilene, un gas altamente infiammabile. I carri erano vuoti, per fortuna, ma i macchinisti hanno segnalato la presenza di alcuni residui in ciascuna delle cisterne. Per molti minuti si è temuto che si ripetesse una nuova tragedia come quella di Viareggio, lo scorso 30 giugno, che provocò una strage e tantissimi. danni.
Le fiamme sono divampate alle 20.15, mentre il convoglio transitava all’interno della galleria Castellaro, in località Arenella di Zoagli, esattamente sotto la casa di riposo Conte Canevaro, appena superata la stazione ferroviaria di Zoagli, subito dopo il viadotto che attraversa l’abitato di Zoagli, mentre viaggiava in direzione di Genova.
macchinisti hanno notato il fumo che fuoriusciva dal locomotore E656 della Divisione Cargo di Trenitalia, un vecchio “Caimano”, e hanno immediatamente azionato i freni. Subito dopo hanno avvertito il centralino 115 dei vigili del fuoco di Genova, dando l’allarme. Sul posto sono immediatamente arrivati i pompieri di Chiavari e di Rapallo, oltre a una squadra inviata dal comando provinciale.
A provvedere a recintare e a a mettere in sicurezza la zona delle operazioni hanno provveduto, intanto, i carabinieri della stazione di Zoagli e della compagnia di Chiavari.
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L’incidente domenica sera intorno alle 22.45 all’altezza di viale Monza, a Milano. Rallentamenti alle stazioni di Lambrate, Garibaldi e Rogoredo. Formigoni: «Un’inchiesta regionale»
MILANO – Molti treni in arrivo e in partenza da Milano Centrale potrebbero subire oggi limitazioni e ritardi a causa del deragliamento avvenuto nella tarda serata di domenica a Milano Centrale, quando un convoglio in uscita è deragliato a poche centinaia di metri dalla stazione, appena prima del cavalcavia di viale Monza. Una motrice e una carrozza sono precipitate nel retro del caseggiato, altre due sono rimaste rovesciate sui binari. Il Gruppo FS rende noto che i treni che collegano il capoluogo lombardo con Genova, Bologna e Verona potranno avere origine e termine di corsa nella stazione di Milano Lambrate, invece che nella stazione di Milano Centrale. Il provvedimento è necessario – precisa una nota delle FS – per effettuare le operazioni tecniche di ripristino dell’infrastruttura ferroviaria danneggiata dal deragliamento di domenica. Le Fs segnalano dai 20 ai 30 minuti di ritardo per tutti i treni. Pochi i treni che arrivano fino a Milano Centrale. La maggior parte dei convogli è limitata alle stazioni di Lambrate, Garibaldi e Rogoredo.
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La lavanderia di denaro sporco nello sportello-gioiello di piazza Mercanti. E un incendio che cancella gli archivi.
 I padroni della banca Rasini
Ma torniamo in piazza Mercanti e seguiamo le sorti della microbanca Rasini. La Milano del boom economico poi della crisi e del terrorismo prima della Milano da bere è una città amministrata ininterrottamente dai primi anni sessanta da sindaci di area socialista, da Bucalossi fino a Pillitteri. Fino a Mani Pulite. In questo contesto tra il 1961 e il 1972 sono inviati al soggiorno obbligato in Lombardia 372 mafiosi che costruiscono una fitta rete d’affari criminale. Molti di questi nomi compaiono nell’informativa della Criminalpol (rapporto 0500/C.A.S del 13 aprile 1981), duecento pagine sulle indagini sulla mafia a Milano e in Lombardia e i suoi collegamenti con le famiglie siciliane e con quelle americane di Cosa Nostra. [
Sulla base dei nomi, dei legami e delle intercettazioni finite in quel rapporto, la notte del 14 febbraio 1983 vengono arrestati vari imprenditori perchè legati a Cosa Nostra e si scopre che lo sportello-gioiello di piazza Mercanti serviva come lavanderia di denaro sporco. In manette finiscono Giuseppe Bono, Antonio Virgilio, Salvatore Enea e Luigi Monti, tramite i quali erano diventati clienti della Banca Rasini i clan mafiosi della famiglia Fidanzati, Bono e Gaeta. Virgilio e Monti hanno legami, documentati da intercettazioni telefoniche, con Vittorio Mangano, il mafioso palermitano assunto come stalliere ad Arcore da Berlusconi e amico di Marcello Dell’Utri (ma questi saranno protagonisti di alcune prossime puntate).
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Verrà messa in commercio tra circa un anno e costerà poco più di 1000 euro. Il progetto è stato appoggiato da Nokia, Adobe Systems, Kodak e Hewlett-Packard.
 Prof. Marc Levoy
OPEN-SOURCE significa “codice aperto”. Caratterizza quel software i cui autori consentono ad altri sviluppatori indipendenti di modificarlo e di migliorarlo, grazie a specifiche licenze d’uso. E’ del tutto trasparente e anche gratis. Stavolta questa definizione riguarda il software che gestisce una macchina fotografica. La prima macchina digitale open-source verrà prodotta e messa in commercio nel giro di un anno. Il costo sarà decisamente elevato, più di 1000 euro. Ma va detto che questo dispositivo potrà essere aggiornato di continuo con nuovi programmi e reso quindi più moderno senza spendere altri quattrini, oltre alla possibilità per gli appassionati di informatica e fotografia di progettare personalmente le innovazioni da inserire.
L’idea è stata lanciata dal professore di scienze Marc Levoy della Stanford University in California, che con l’aiuto dell’assistente Andrew Adam ha creato la “Frankencamera”, così battezzata perché realizzata utilizzando componenti di apparecchiature diverse come il chip di un Nokia N95, le lenti di una fotocamera Canon e una scheda madre Texas Instruments.
Con questo nuovo strumento sarà possibile creare applicazioni per controllare l’autofocus, il flash, sfruttare la velocità dell’otturatore per effetti particolari o fornire software per l’editing. Un negozio online sarà poi messo a disposizione degli utenti grazie a un sistema operativo basato su Linux, il sistema operativo Open source pewr eccellenza.
Il progetto è stato appoggiato da Nokia, Adobe Systems, Kodak e Hewlett-Packard, consapevoli delle potenzialità che si spalancano quando la tecnologia sposa l’open-source (basti pensare all’Android market, dove sviluppatori di ogni parte del mondo mettono a disposizione i loro contenuti in modo trasparente, e spesso gratuitamente). “Le fotocamere di oggi – spiega Levoy a Sciencedaily- sono impostate in base a sistemi molto rigidi. Il nostro obiettivo è quello di ottenere la massima precisione a costi bassissimi”.
Chi userà questa fotocamera non sarà costretto a stare dietro al mercato inseguendo il nuovo modello né a utilizzare i programmi messi in commercio e progettati per essere applicati solo a questo o quel modello. Potrà divertirsi e sperimentare di tutto, creando una macchina fotografica personale e al tempo stesso quanto mai “collettiva”, perché frutto dei contributi di tanti appassionati. Ecco perché il professor Levoy tiene a precisare che “questa scoperta servirà a infondere negli amanti della fotografia un nuovo entusiasmo nei confronti delle tecnologia”. E dalla passione, come è noto, possono nascere solo delle belle fotografie.
di Sara Ficocelli
Fonte : La Repubblica
Berlusconi alla Tv tunisina: «Casa e lavoro a chi viene in Italia…»
 Berlusconi alla Tv tunisina
Tutto si può dire di Silvio Berlusconi, meno che non sia coerente. Recita il ruolo di pilastro dell’alleanza atlantica quando si trova a colloquio con Bush e Obama, ma non rinuncia alle effusioni con Vladimir Putin quando va in visita in Russia. Discute affettuosamente con Angela Merkel e Nicolas Sarkozy salvo poi siglare importanti accordi energetici con Turchia e Russia. Va a braccetto con Gheddafi prima di firmare contratti petroliferi e poi rivendica il ruolo di paladino dei diritti umani e della democrazia quando torna in patria. Non importa quante giravolte gli tocchi fare, la politica estera del presidente del consiglio sembra avere una sola infallibile bussola: il proprio interesse.
Non stupisce quindi che Silvio Berlusconi, capo di un governo che ha promosso alcune delle norme più rigide d’Europa sull’immigrazione, dal reato di immigrazione clandestina ai medici spia, fino al sistematico ricorso ai respingimenti al confine, si trasformi in un agnellino terzomondista quando si trova in visita nei paesi del Nordafrica.
E’ sfuggita ai media italiani – ma non alla rete – la performance del presidente del consiglio dello scorso 18 agosto, allorché si trovava in visita privata a Tunisi. Durante la visita, al termine di un incontro con il presidente tunisino Ben Alì, il presidente del consiglio ha partecipato a Ness Nessma, programma della televisione satellitare tunisina Nessma TV, acquisita lo scorso anno per il 50 per cento da Mediaset e dalla società di Tarak Ben Ammar Quinta Communications. Interpellato sui temi dell’immigrazione su una tv maghrebina di sua proprietà, guardata da centinaia di migliaia di nordafricani, poteva il premier ripetere il solito copione «cattivista» ormai noto in patria o vantarsi delle norme emanate dal suo governo? Certo che no: ricordatevi la storia della bussola.
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Dante De Angelis, il ferroviere licenziato ad agosto 2008 dalle Ferrovie dello Stato per procurato allarme, parla della tragedia di Viareggio
 Dante De Angelis e la tragedia di Viareggio
Sul blog di Beppe Grillo si puo’ leggere una lettera di Marco Bazzoni (Rls) a proposito della nuova legge sulla sicurezza sul lavoro.
Vale la pena leggerla:
“Caro Beppe,
tutti gli infortuni, gli invalidi, le malattie professionali e le morti sul lavoro non sono abbastanza se il Governo Berlusconi ha pensato di smantellare il Dlgs 81/08 (testo unico per la sicurezza sul lavoro) con il Dlgs 106/09 (decreto correttivo), piuttosto che renderlo funzionale.E pensare che il Ministro del Lavoro Sacconi dopo la strage sul lavoro al depuratore di Mineo (CT) dell’11 giugno 2008, che costò la vita a sei operai comunali, annunciò un piano straordinario per la sicurezza sul lavoro. Se per piano straordinario intendeva questo decreto stiamo freschi. Per anni sono state chieste pene più severe per i datori di lavoro responsabili di gravi infortuni e morti sul lavoro e che non rispettano la sicurezza sul lavoro. Ed il governo dimezza la maggior parte delle sanzioni ai datori di lavoro, dirigenti e preposti. Non contento, non potenzia neanche i controlli. Con lo scarso personale ispettivo delle Asl è praticamente impossibile ricevere un controllo. Se va bene un’azienda ne riceverà uno ogni 33 anni.Ma non è finita qui, onde evitare che qualche imprenditore finisse in galera, si è previsto che al posto dell’arresto, possa pagare la multa, e faranno tutti così, statene certi. Inoltre, la salvamanager non è stata cancellata, ma riscritta, non è spudorata come la precedente, ma dà sempre spazio a manovre e cavilli a favore dei manager.
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Atto di accusa dal settimanale USA ‘TIME’: “La stampa del Belpaese è influenzata da industriali e politici, molto attenta ai potenti e poco ai lettori”
 Time
Se c’è qualcosa di sbagliato nella politica italiana, la colpa è anche della stampa del Belpaese: influenzata da industriali e politici, molto attenta ai potenti e poco ai lettori. L’atto di accusa arriva dal settimanale Usa Time, che lancia l’affondo: «Giornali italiani, fonti inaffidabili».
In un Paese dove il primo ministro controlla le tv, solo una persona su dieci compra un quotidiano, contro una su cinque negli Stati Uniti e tre su cinque in Giappone, osserva Stephan Faris, citando i dati della World Association of Newspapers. «Agli italiani, a quanto pare, non interessa leggere le notizie». E se il problema non stesse nell’appetito degli italiani per le notizie, ma in «quello che c’è sul menu?».
«I giornalisti italiani sembrano scrivere l’uno per l’altro, per i politici o per il piacere di leggere la loro prosa»: Faris racconta di averlo detto, il mese scorso, a un festival letterario in Sardegna e di essere stato applaudito dal pubblico. Così si è reso conto dell’insoddisfazione della gente per quello che oggi l’informazione offre.
«Non è cambiato molto – si legge sul Time - da quando 50 anni fa il giornalista politico Enzo Forcella dichiarò che i giornali italiani sono scritti solo per 1.500 lettori: ministri, parlamentari, leader di partito, capi sindacali e industriali». L’articolo cita Paolo Mancini, professore di sociologia delle comunicazioni all’Università di Perugia: la stampa in Italia è sempre stata scritta da e per l’élite intellettuale. E quando c’è una notizia politica, ci sono magari cinque articoli di grandi firme, ma «raramente viene fornito il contesto o il background». «Il lettore della stampa scritta sa già quello che succede. Hanno le notizie. Vogliono il gossip».
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A Natale 2008, il ministro Maroni annunciò che le macchine (Ferrari, Porsche, Bmw) sequestrate ai boss sarebbero passate alle forze dell’ordine. Ora la Polizia di Stato ha deciso di rimandarle indietro: “Troppo costosa la manutenzione” A tarda sera la nota di Manganelli: “Una circolare fatta solo per evitare sprechi”
 Maroni firma il protocollo sull'uso dei beni sequestati alla camorra
ROMA – L’annuncio che le auto di grossa cilindrata sequestrate alla mafia sarebbero state messe a disposizione della Polizia il ministro dell’Interno Roberto Maroni l’aveva dato a Natale dell’anno scorso, in occasione della conferenza stampa di fine anno. Una Ferrari 512 gialla e una Porsche Cayenne nera erano le prime vetture di lusso confiscate – per usare le parole dei titolare del Viminale – “da fare girare con la polizia a bordo nei posti dove prima girava il mafioso, per far capire che il clima è cambiato”.
Il contrordine è arrivato nei giorni scorsi in sordina, con una laconica circolare della Direzione centrale dei servizi tecnico logistici del Dipartimento di pubblica sicurezza. Le auto di grossa cilindrata la polizia non le vuole perché la manutenzione è troppo costosa: “Al fine di contenere le spese di manutenzione del parco veicolare della Polizia di Stato, si dispone la restituzione alle competenti autorità giudiziarie di tutte le autovetture di cilindrata superiore a 2500cc”.
I mafiosi non vedranno dunque agenti girare sulle loro auto di lusso. Sapranno, invece, che lo Stato che gliele ha confiscate non ha i soldi per farle usare alle forze dell’ordine. L’entità della spesa è tutt’altro che trascurabile perché – stando a fonti del Viminale – da quando è entrata in vigore la norma voluta da Maroni che consente di utilizzare subito le auto sequestrate per reati connessi all’attività mafiosa, alla polizia sono state assegnate mille vetture di grossa cilindrata. Sono quasi sempre Ferrari, Porsche, Bmw M3 ed M5, Audi da 500 Cv e Mercedes Mg, e quindi bisognose di manutenzione costosissima e specializzata.
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Il conduttore tv in Sardegna ospite di Berlusconi.
 Fede sbarca ad Olbia con aereo di Stato
All’aeroporto di Olbia devono aver pensato che, senza nemmeno una bella ragazza, il premier si sarebbe rattristato: e così, lunedì 10 agosto, hanno mandato una graziosa hostess in minigonna ad accogliere il premier arrivato in Sardegna con l’aereo di Stato. Il Cavaliere – nella sua consueta tenuta blu-vacanziero – ha mostrato di gradire. Dopo la discesa del presidente del Consiglio il comitato d’accoglienza non si è però potuto sciogliere: sulla scaletta è infatti apparso a sorpresa Emilio Fede, in camicia chiara e occhiali scuri. Il premier aveva detto che a Villa Certosa quest’anno ci sarebbe stato posto solo per la famiglia, ma evidentemente alla fine non ha voluto privarsi dei soliti famigli. E la casa che doveva prendere all’Aquila? Quale Aquila?
Fonte : L’Espresso
12 Agosto 2009
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