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Il presidente della Repubblica rimanda alle Camere il testo che disciplina i rapporti di lavoro varato dal governo
Era previsto che già nel contratto di assunzione, in deroga dai contratti collettivi, si potesse stabilire il ricorso all’arbitro. Il capo dello Stato: “Effetti negativi da questo modo di legiferare”
La soddisfazione della Cgil. Sacconi: “Terremo conto dei rilievi”
 Giorgio Napolitano
ROMA – Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano non ha firmato il ddl del governo sul lavoro e ha rimandato il testo alle Camere. Ponendo forti dubbi sulla norma che prevede l’estensione dell’arbitrato nei rapporti di lavoro. Le perplessità riguardano, inoltre, il modo con cui il Parlamento ha legiferato su una materia complessa quale quella del lavoro. “Già altre volte – aggiunge il capo dello Stato – ho sottolineato gli effetti negativi di questo modo di legiferare sulla conoscibilità e sulla comprensibilità delle disposizioni e quindi sulla certezza del diritto, sullo svolgimento del procedimento legislativo per l’impossibilità di coinvolgere tutte le commissioni competenti”. Serie perplessità sono state sollevate anche “per una così ampia delegificazione”.
“Il Capo dello Stato è stato indotto a tale decisione dalla estrema eterogeneità della legge e in particolare dalla complessità e problematicità di alcune disposizioni, gli articoli 31 e 20, che disciplinano temi, attinenti alla tutela del lavoro, di indubbia delicatezza sul piano sociale. Ha perciò ritenuto opportuno un ulteriore approfondimento da parte delle Camere, affinché gli apprezzabili intenti riformatori che traspaiono dal provvedimento possano realizzarsi nel quadro di precise garanzie e di un più chiaro e definito equilibrio tra legislazione, contrattazione collettiva e contratto individuale” si legge nella nota del Quirinale. Che, per la prima volta, dal momento dell’elezione di Napolitano, rinvia una legge alle Camere. Cauta la reazione del governo. “Terremo conto dei rilievi del capo dello Stato – dice il ministro del Welfare.
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Kermesse tra giornalismo e spettacolo, una serata di grande televisione dopo lo stop della Rai 180 piazze collegate e tanti luoghi in tutto il paese che trasmettono l’intera serata.
 Piazza Navona a Roma
BOLOGNA- Partenza lanciata, senza reticenze. Immagini d’epoca di Benito Mussolini. E poi, subito dopo, Silvio Berlusconi che arringa la folla del Pdl a piazza San Giovanni: “Volete voi…?”. Quando le prime immagini sfumano, Michele Santoro appare esattamente come appare sempre, quando Annozero va in onda su Rai2. Chino sul grande tavolo-monitor. Microfonino alla guancia. Buio attorno.
Attorno, c’è un sacco di gente. Il Paladozza di Bologna è gremito. “Caro Napolitano”, esordisce il giornalista. “Non c’è il fascismo, domenica si va a votare: Ma insomma, certe assonanze…”. Santoro non “vuole tirarlo per la giacchetta”, solo “rivolgersi a lui per segnalare che no, quando si blocca l’informazione in tv, o si telefona alle Authority per bloccarla, qualcosa proprio non funziona”.
“Per una telefonata – dice – Nixon dovette dimettersi. Aveva ordinato di spiare i suoi avversari del partito democratico e una commissione del Senato, quando scoprì che le telefonate erano state registrate, disse di pubblicarle per sapere cosa è successo. Qui si è compiuto un delitto di grande gravità: interferenza politica sulla libertà di espressione”.
Il segnale rimbalza su decine di maxischermi, in tutta Italia. A piazza Navona, Roma, posti in piedi. Dirette su Repubblica tv, Corriere tv, Skytg24, Rainews24, Current, YouDem. Così il satellite e il web aggirano la “censura” pre-elettorale (a questo link si può guardare l’intera trasmissione). a Bologna parte il servizio sulla manifestazione di Roma del Popolo della Libertà. Le telecamere registrano insulti vari, obiettivo lo stesso Santoro, Marco Travaglio, Vauro. Stacco. La Russa balla forsennato sulle note di Apicella. E subito dopo, in studio, a Bologna, si cambia musica. Arriva il premio Oscar Nicola Piovani. Quattro minuti di violoncello, pianoforte e clarinetto. Belli.
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La tortura ci fu e sono colpevoli in 44 per gli orrori di Bolzaneto. E lo Stato dovrà risarcire le vittime per oltre dieci milioni di euro.
GENOVA -La lettura della sentenza d’appello ha visto il ribaltamento del verdetto di primo grado. Anche in quella serata del luglio 2008 il responso fu atteso per una decina di ore e lasciò l’amaro in bocca, alla vigilia del settimo anniversario, l’assoluzione di ben 30 dei 45 imputati. Il reato di “tortura”, non previsto dal nostro codice penale, era stato indirettamente riconosciuto con la condanna a 5 anni per Biagio Antonio Gugliotta, sottufficiale della polizia penitenziaria. Ma dei 76 anni di prigione chiesti dalla procura ne era stato riconosciuto meno di un terzo. A nove anni dai fatti la maggior parte dei reati è prescritta, ma i responsabili pagheranno comunque risarcendo le vittime e con loro dovranno rispondere anche i ministeri di Giustizia, Interno, Difesa. Perché i “torturatori” di Bolzaneto sono poliziotti, ufficiali e carabinieri semplici, generali e guardie penitenziarie, medici e sanitari dell’amministrazione carceraria.
In appello, dunque, sono state inflitte sette condanne a complessivi dieci anni di reclusione nei confronti di quattro guardie carcerarie responsabili di falso – non prescritto – e di tre poliziotti che avevano rinunciato alla prescrizione. I sette condannati sono: il poliziotto, assistente capo, Massimo Luigi Pigozzi (3 anni e 2 mesi) che divaricò le dita di una mano, strappandone i legamenti, a uno dei fermati, gli agenti di polizia penitenziaria Marcello Mulas e Michele Colucci Sabia (1 anno) e il medico Sonia Sciandra (2 anni e 2 mesi). Pene confermate a 1 anno per gli ispettori della Polizia di Stato Matilde Arecco, Paolo Ubaldi e Mario Turco che, al termine della lettura, ha inveito contro i giudici ed è stato accompagnato fuori dall’aula: «È una vergogna. Questa non è giustizia». «Hanno messo tutti nel calderone – ha continuato fuori dall’aula – senza considerare le singole posizioni che erano ben distinte e identificabili nel processo». Turco non ha nascosto le lacrime dopo la conferma della condanna ad un anno di reclusione. «Abbiamo rinunciato alla prescrizione forti della nostra innocenza e alla fine paghiamo per tutti».
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“Superati i limiti di delega”. Oggi vertice al ministero per valutare un rinvio delle iscrizioni
I sindacati a Mariastella Gelmini: ora posticipare di un anno il riordino scolastico.
 Manifestazione contro il decreto Gelmini
ROMA – Stop del Consiglio di Stato alla riforma delle scuole superiori che, nell’intenzione del ministro Mariastella Gelmini, dovrebbe partire dal prossimo anno scolastico. Il Consiglio di Stato contesta che i Regolamenti emanati dal ministro vanno ben al di là della delega concessa dal Parlamento. Meno ore, meno materie, con l’obiettivo di ridurre i costi ed il personale non rientrano nella delega che prevede, secondo i magistrati, “la sola ridefinizione dei curricula vigenti nei diversi ordini di scuola anche attraverso la razionalizzazione dei piani di studio e relativi quadri orari”.
Il secondo punto riguarda la creazione dei Dipartimenti scolastici per la valutazione che porterebbero alla cancellazione di fatto dei collegi dei docenti, in contrasto con la legge sull’autonomia scolastica. Il Consiglio di Stato, la sentenza è dello scorso 9 dicembre, chiede al ministero di chiarire i punti contestati e si riserva il giudizio definitivo. Ma il tempo è tiranno. Sono alle porte le vacanze di Natale, le commissioni parlamentari di Camera e Senato dovranno prendere visione e valutare il nuovo testo dei regolamenti. E il termine ultimo per le iscrizioni al nuovo anno scolastico è stato già fissato al 27 febbraio 2010. Il rischio è che tutto slitti all’anno scolastico 2011-2012. Che qualche problema ci sia è confermato dall’unica notizia che trapela da viale Trastevere: stamattina summit al ministero per decidere l’eventuale slittamento della scadenza delle iscrizioni alle superiori.
Il Consiglio di Stato ha, infatti, invitato il ministero ad alcuni chiarimenti sui tre schemi di regolamento approvati in prima lettura dal consiglio dei ministri e attualmente all’esame delle commissioni parlamentari, riservandosi “la facoltà di disporre l’audizione del Capo dell’Ufficio legislativo del Ministero, nonché del dirigente generale competente all’istruttoria del regolamento”. Nel frattempo il Consiglio ha sospeso l’emanazione del parere.
Alla luce dei chiarimenti chiesti e considerando che le Commissioni parlamentari non hanno ancora espresso i richiesti pareri che, comunque, dovranno ora tenere conto del pronunciamento dei magistrati, dal fronte sindacale arriva la richiesta di rinviare di un anno il debutto della riforma.
“Avremmo di certo preferito che tale blocco fosse stato determinato dalla ferma e dilagante opposizione di docenti, Ata, studenti e genitori: ma in ogni caso – afferma Piero Bernocchi portavoce dei Cobas – accogliamo positivamente tutto ciò che ci dà tempo affinché tale protesta e tale lotta si sviluppino al massimo nei prossimi mesi, verso una sonora bocciatura di una controriforma che distruggerebbe le superiori e ulteriormente immiserirebbe l’intera scuola pubblica italiana”.
“Ribadiamo ora con maggior forza – dice il segretario generale della Flc-Cgil, Mimmo Pantaleo – che è il caso di fermarsi, rinviando di un anno l’entrata in vigore dei regolamenti: di ascoltare le ragioni di quanti non hanno condiviso merito e metodo del riordino della scuola secondaria superiore; è necessario rimuovere i tagli e, solo a questa condizione, riprendere le fila per una vera riforma che necessita non di tagli ma di investimenti, di tempo per l’ascolto e il confronto vero”. Stessa richiesta dalla Gilda. “Le osservazioni formulate dal Consiglio di Stato – dichiara il coordinatore Rino Di Meglio – rilevano, in sostanza, che non esistono le condizioni adatte per procedere con l’applicazione della riforma voluta dal Governo”.
Fonte : “La Repubblica”
di Mario Reggio 15 Dicembre 2009
 Galleria Alta Velocita' Bologna-Firenze
È considerata la più grande opera pubblica italiana dal dopoguerra. Domani si inaugura la linea ferroviaria ad alta velocità che unirà Napoli e Torino in 5 ore contro le attuali 8,20. Per la prima volta – dopo gli esperimenti di collaudo – un treno passeggeri sfreccerà a 300 chilometri orari sotto la galleria che collega Firenze a Bologna, la più lunga d’Europa: una lunga serie di trafori che complessivamente copre 73 chilometri su una linea di 78. Più o meno mezz’ora di buio. Della galleria in questione si è molto detto: che è un’opera avveniristica perché ha scavato l’Appennino, catena montuosa composta da materiali particolarmente difficili e per questo croce di ogni ingegnere. Che non esiste un’infrastruttura di eguale complessità al mondo. Molto meno si sente parlare delle polemiche sulla sua sicurezza, che pure sono state roventi e continuano a far discutere. Di fatto questa eccezionale opera ingegneristica nasce già vecchia, fuori norma rispetto agli attuali standard italiani e europei. I treni, infatti, viaggeranno per 60 chilometri dentro un’unica canna, con uscite di sicurezza che non sono facili da utilizzare per i soccorritori. In tutto il mondo le gallerie almeno bi-tubo (cioè con una canna per l’andata e una per il ritorno) sono ormai un must. La Bologna-Firenze, invece, non ha neanche una galleria parallela, fatta eccezione per gli ultimi undici chilometri (nel tratto di avvicinamento a Firenze), gli unici sui quali peraltro è stato chiesto il parere dei Vigili del fuoco. I quali, era il ‘98, risposero non soltanto chiedendo di cambiare alcune caratteristiche del progetto della galleria di servizio, ma rimarcando che per gli altri 60 chilometri di tratta «si nutrono seri dubbi sulla rapidità ed efficacia delle azioni di soccorso».
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Parla il Nobel per la Fisica: “Inutile insistere su una tecnologia che crea solo problemi e ha bisogno di troppo tempo per dare risultati”. La strada da percorrere? “Quella del solare termodinamico. Spagna, Germania e Usa l’hanno capito. E noi…
 Carlo Rubbia
ROMA – Come Scilla e Cariddi, sia il nucleare che i combustibili fossili rischiano di spedire sugli scogli la nave del nostro sviluppo. Per risolvere il problema dell’energia, secondo il premio Nobel Carlo Rubbia, bisogna rivoluzionare completamente la rotta. “In che modo? Tagliando il nodo gordiano e iniziando a guardare in una direzione diversa. Perché da un lato, con i combustibili fossili, abbiamo i problemi ambientali che minacciano di farci gran brutti scherzi. E dall’altro, se guardiamo al nucleare, ci accorgiamo che siamo di fronte alle stesse difficoltà irrisolte di un quarto di secolo fa. La strada promettente è piuttosto il solare, che sta crescendo al ritmo del 40% ogni anno nel mondo e dimostra di saper superare gli ostacoli tecnici che gli capitano davanti. Ovviamente non parlo dell’Italia. I paesi in cui si concentrano i progressi sono altri: Spagna, Cile, Messico, Cina, India Germania. Stati Uniti”.
La vena di amarezza che ha nella voce Carlo Rubbia quando parla dell’Italia non è casuale. Gli studi di fisica al Cern di Ginevra e gli incarichi di consulenza in campo energetico in Spagna, Germania, presso Nazioni unite e Comunità europea lo hanno allontanato dal nostro paese. Ma in questi giorni il premio Nobel è a Roma, dove ha tenuto un’affollatissima conferenza su materia ed energia oscura nella mostra “Astri e Particelle”, allestita al Palazzo delle Esposizioni da Infn, Inaf e Asi.
Un’esibizione scientifica che in un mese ha già raccolto 34mila visitatori. Accanto all’energia oscura che domina nell’universo, c’è l’energia che è sempre più carente sul nostro pianeta. Il governo italiano ha deciso di imboccare di nuovo la strada del nucleare.
Cosa ne pensa?
“Si sa dove costruire gli impianti? Come smaltire le scorie? Si è consapevoli del fatto che per realizzare una centrale occorrono almeno dieci anni? Ci si rende conto che quattro o otto centrali sono come una rondine in primavera e non risolvono il problema, perché la Francia per esempio va avanti con più di cinquanta impianti? E che gli stessi francesi stanno rivedendo i loro programmi sulla tecnologia delle centrali Epr, tanto che si preferisce ristrutturare i reattori vecchi piuttosto che costruirne di nuovi? Se non c’è risposta a queste domande, diventa difficile anche solo discutere del nucleare italiano”.
Lei è il padre degli impianti a energia solare termodinamica. A Priolo, vicino Siracusa, c’è la prima centrale in via di realizzazione. Questa non è una buona notizia?
“Sì, ma non dimentichiamo che quella tecnologia, sviluppata quando ero alla guida dell’Enea, a Priolo sarà in grado di produrre 4 megawatt di energia, mentre la Spagna ha già in via di realizzazione impianti per 14mila megawatt e si è dimostrata capace di avviare una grossa centrale solare nell’arco di 18 mesi. Tutto questo mentre noi passiamo il tempo a ipotizzare reattori nucleari che avranno bisogno di un decennio di lavori. Dei passi avanti nel solare li sta muovendo anche l’amministrazione americana, insieme alle nazioni latino-americane, asiatiche, a Israele e molti paesi arabi. L’unico dubbio ormai non è se l’energia solare si svilupperà, ma se a vincere la gara saranno cinesi o statunitensi”.
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Immediato ordine di reintegrazione e risarcimento di tutte le retribuzioni perdute per il macchinista che in una intervista aveva rivelato della sicurezza dei treni.
“Ho fatto il mio dovere nell’interesse della sicurezza di tutti, ferrovieri, pendolari e tutti i cittadini”
Ad attendere la sentenza anche i comitati sorti dopo la strage di Viareggio del 29 giugno scorso.
 Dante De Angelis
ROMA - Licenziamento annullato, immediato ordine di reintegrazione e risarcimento di tutte le retribuzioni perdute. E’ la sentenza del giudice del lavoro di Roma Dario Conte sulla vicenda del licenziamento del ferroviere Dante De Angelis.
Macchinista del deposito locomotive di Roma-San Lorenzo, De Angelis fu sollevato dall’incarico dopo che le Ferrovie gli contestarono di aver reso dichiarazioni contrarie alla verità sulle cause e sugli effetti di un episodio risalente al 14 luglio 2008, quando, a Milano, un Etr senza passeggeri si “spezzò” mentre veniva trasferito dall’officina della Martesana alla stazione centrale.
Per il macchinista licenziato, e adesso reintegrato, lo “spezzamento” era stato un incidente potenzialmente molto pericoloso in quanto era anche un campanello d’allarme che poneva all’attenzione la questione della manutenzione, della progettazione e dei controlli sugli Etr. Il giudice del lavoro ha condannato Ferrovie a pagare le spese di giudizio. Tra 60 giorni le motivazioni della sentenza.
“Sono sereno perché resto convinto di aver fatto il mio dovere nell’interesse della sicurezza di tutti, ferrovieri, pendolari e tutti i cittadini”. E’ il commento a caldo di Dante De Angelis, che è anche rappresentante lavoratori per la sicurezza.
De Angelis era stato accolto da un centinaio di suoi sostenitori arrivati da ogni parte d’Italia, in attesa della decisione del giudice davanti agli uffici di viale Giulio Cesare, che lo hanno salutato con scroscianti applausi. C’erano anche componenti dei comitati sorti dopo la strage di Viareggio del 29 giugno scorso, quello di via Ponchielli, luogo del disastro, e dell’Associazione 29 giugno. A loro il macchinista ha assicurato che continuerà “a fare il suo lavoro, e se i compagni di lavoro lo vorranno, ad occuparmi di sicurezza”.
“Quando è giunta la notizia del reintegro al lavoro di De Angelis c’è stato un urlo di gioia – ha riferito l’assessore provinciale di Lucca alla protezione civile, Emiliano Favilla – da parte delle persone presenti che da sempre gli sono stati vicine. De Angelis anche in occasione della strage di Viareggio è venuto in città più di una volta a manifestare insieme ai cittadini viareggini per chiedere che venga fatta giustizia e che vengano alla luce i responsabili”.
“E’ una sentenza molto importante – hanno commentato i legali di De Angelis, gli avvocati Piergiovanni Alleva e Pierluigi Panici – perché restaura il diritto di espressione e critica da parte dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza e respinge la pretesa dell’azienda che voleva limitare questa libertà con l’idea che un eventuale, e in questo caso non esistente, errore nell’esercizio di un importante incarico possa comparare il licenziamento”.
Fonte : La Repubblica.it
26 Ottobre 2009
 Paura a Zoagli (GE)
Nella notte, paura a Zoagli a causa di un principio di incendio divampato su un locomotore che trainava un treno merci composto da dieci carri-cisterna adibiti al trasporto di propilene, un gas altamente infiammabile. I carri erano vuoti, per fortuna, ma i macchinisti hanno segnalato la presenza di alcuni residui in ciascuna delle cisterne. Per molti minuti si è temuto che si ripetesse una nuova tragedia come quella di Viareggio, lo scorso 30 giugno, che provocò una strage e tantissimi. danni.
Le fiamme sono divampate alle 20.15, mentre il convoglio transitava all’interno della galleria Castellaro, in località Arenella di Zoagli, esattamente sotto la casa di riposo Conte Canevaro, appena superata la stazione ferroviaria di Zoagli, subito dopo il viadotto che attraversa l’abitato di Zoagli, mentre viaggiava in direzione di Genova.
macchinisti hanno notato il fumo che fuoriusciva dal locomotore E656 della Divisione Cargo di Trenitalia, un vecchio “Caimano”, e hanno immediatamente azionato i freni. Subito dopo hanno avvertito il centralino 115 dei vigili del fuoco di Genova, dando l’allarme. Sul posto sono immediatamente arrivati i pompieri di Chiavari e di Rapallo, oltre a una squadra inviata dal comando provinciale.
A provvedere a recintare e a a mettere in sicurezza la zona delle operazioni hanno provveduto, intanto, i carabinieri della stazione di Zoagli e della compagnia di Chiavari.
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L’incidente domenica sera intorno alle 22.45 all’altezza di viale Monza, a Milano. Rallentamenti alle stazioni di Lambrate, Garibaldi e Rogoredo. Formigoni: «Un’inchiesta regionale»
MILANO – Molti treni in arrivo e in partenza da Milano Centrale potrebbero subire oggi limitazioni e ritardi a causa del deragliamento avvenuto nella tarda serata di domenica a Milano Centrale, quando un convoglio in uscita è deragliato a poche centinaia di metri dalla stazione, appena prima del cavalcavia di viale Monza. Una motrice e una carrozza sono precipitate nel retro del caseggiato, altre due sono rimaste rovesciate sui binari. Il Gruppo FS rende noto che i treni che collegano il capoluogo lombardo con Genova, Bologna e Verona potranno avere origine e termine di corsa nella stazione di Milano Lambrate, invece che nella stazione di Milano Centrale. Il provvedimento è necessario – precisa una nota delle FS – per effettuare le operazioni tecniche di ripristino dell’infrastruttura ferroviaria danneggiata dal deragliamento di domenica. Le Fs segnalano dai 20 ai 30 minuti di ritardo per tutti i treni. Pochi i treni che arrivano fino a Milano Centrale. La maggior parte dei convogli è limitata alle stazioni di Lambrate, Garibaldi e Rogoredo.
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La lavanderia di denaro sporco nello sportello-gioiello di piazza Mercanti. E un incendio che cancella gli archivi.
 I padroni della banca Rasini
Ma torniamo in piazza Mercanti e seguiamo le sorti della microbanca Rasini. La Milano del boom economico poi della crisi e del terrorismo prima della Milano da bere è una città amministrata ininterrottamente dai primi anni sessanta da sindaci di area socialista, da Bucalossi fino a Pillitteri. Fino a Mani Pulite. In questo contesto tra il 1961 e il 1972 sono inviati al soggiorno obbligato in Lombardia 372 mafiosi che costruiscono una fitta rete d’affari criminale. Molti di questi nomi compaiono nell’informativa della Criminalpol (rapporto 0500/C.A.S del 13 aprile 1981), duecento pagine sulle indagini sulla mafia a Milano e in Lombardia e i suoi collegamenti con le famiglie siciliane e con quelle americane di Cosa Nostra. [
Sulla base dei nomi, dei legami e delle intercettazioni finite in quel rapporto, la notte del 14 febbraio 1983 vengono arrestati vari imprenditori perchè legati a Cosa Nostra e si scopre che lo sportello-gioiello di piazza Mercanti serviva come lavanderia di denaro sporco. In manette finiscono Giuseppe Bono, Antonio Virgilio, Salvatore Enea e Luigi Monti, tramite i quali erano diventati clienti della Banca Rasini i clan mafiosi della famiglia Fidanzati, Bono e Gaeta. Virgilio e Monti hanno legami, documentati da intercettazioni telefoniche, con Vittorio Mangano, il mafioso palermitano assunto come stalliere ad Arcore da Berlusconi e amico di Marcello Dell’Utri (ma questi saranno protagonisti di alcune prossime puntate).
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